Alla scoperta dell’entroterra Kenyota

Un viaggio insolito, all’insegna dello spirito umanitario, della voglia di fare qualcosa per chi sta peggio, scoprire il vero volto della povertà. E’ sorto da poco il sole, abbiamo fatto colazione in albergo e l’autista ci viene a chiamare, il pulmino ci aspetta. Verifichiamo che all’interno ci sia tutto quello che avevamo chiesto: 50 pacchi di farina mais bianco da 1 chilo, sacchi di vestiti usati per adulti e bambini, confezioni di bottigliette d’acqua, materiale didattico e caramelle.

C’è tutto, si parte! Attraversiamo la città di Malindi e nonostante siano le 6 del mattino, è già in fermento, gente che cammina, cammina incessantemente verso tutte le direzioni; bambini con le loro divise e i contrastanti piedi scalzi che si recano nelle lontane scuole; donne che si recano a prendere l’acqua nei pozzi. Osserviamo silenziosi e proseguiamo nel nostro viaggio per l’entroterra del Kenya, dove non ci sono lussuosi hotel per i turisti, dove traspare evidente la povertà e la fame. Man mano che ci allontaniamo dal centro abitato, coloro che incontriamo sono sempre più svestiti, ci sono sempre meno mezzi di trasporto e la terra è sempre più rossa, ha i colori ed i sapori della Savana. I sentieri dissestati ai margini della foresta, ci fanno sobbalzare e tra la fitta vegetazione intravediamo le tipiche capanne di fango e foglie di banano.

Proseguiamo il nostro cammino, anche se già qui, le manine dei bimbi ci salutano ed aspettano che gli regaliamo qualcosa, ma lungo la strada sono molti i turisti che si fermano per donare qualcosa, preferiamo addentrarci in zone più remote. Il panorama intorno comincia a cambiare, la spoglia Savana africana, prende il posto della rigogliosa foresta e non si vedono più le capanne con il tetto di banano. Tra gli arbusti secchi ed avvizziti, scorgiamo delle donne con bambini, ecco la nostra prima sosta. Ad ogni donna diamo un pacco di farina e dei vestiti, ai bambini una bottiglietta d’acqua e delle caramelle. Le donne sono avvolte in un pareo ed hanno un neonato a tracolla, i piccoli sono scalzi, impolverati, qualcuno è vestito, stringono forte al petto la bottiglia dell’acqua e sorridono più di un bambino europeo accanto ai regali di Natale.

Proseguiamo nelle nostre tappe lungo i sentieri della Savana e ci fermiamo più volte a distribuire il materiale, rimanendo colpiti dalla desolazione intorno ed incapaci di capire dove possano vivere queste persone, non c’è traccia di vita, acqua e capanne. Ci sentiamo bene e ci sentiamo male, siamo contenti della goccia nel mare che abbiamo aggiunto a tanta povertà, ci vergogniamo di quello che abbiamo, lontano anche dall’immaginazione dei profondi occhi neri della miseria africana.

Foto: Flickr.

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